CASA D'ARTISTA


Creatività significa semplicemente collegare cose. Quando chiedi a persone creative come hanno fatto qualcosa, si sentono quasi in colpa perché non l’hanno fatto realmente, hanno solo visto qualcosa e, dopo un po’, tutto gli è sembrato chiaro. Questo perché sono stati capaci di collegare le esperienze vissute e sintetizzarle in nuove cose.

Il mondo poetico di Elisabetta Borsari nasce nel suo laboratorio, ma anche nella sua casa che è un po’ atelier, un po’ laboratorio anch’essa e molto casa. E proprio dalla casa e per la casa nascono i suoi oggetti d’arte che hanno la fragilità del vetro e la forza del piombo e del fuoco. Con le sue tessere di vetro Elisabetta sa costruire oggetti che arredano, ma sa creare, svincolandosi dall’uso, anche oggetti d’arte che, manipolando la realtà, la reinventano e la costringono in forme che hanno un potere narrativo autonomo.

La sua capacità più intensa risiede nel dare luce al colore e nel farlo vibrare in mille iridescenze, ma stavolta Elisabetta ha scelto il non colore dello specchio come medium utile a non intralciare il flusso narrativo di cui gli oggetti domestici si fanno portatori. Dalla miscela alchemica fatta di utensili ormai inutilizzati e specchi macchiati e corrosi, nascono storie e fatti che appartengono alla quotidianità dell’oggi e insieme di ieri o dell’altro ieri.

Ciò che fa nascere lo stupore è sicuramente l’abilità che la Borsari manifesta nell’assemblare materiali dimenticati e quasi morti, come il ferro da stiro, il setaccio, la vecchia padella, gli stessi frammenti di specchi vecchi, per dare alla luce creature che sanno raccontare storie personali, favole e leggende. Così avviene la metamorfosi della padella in Santo Graal o del ferro da stiro che, riflettendo il lavoro e la fatica della donna che l’ha usato per tanti anni, sa parlarci di quanto amore passa dalle mani di una donna che, quando stira ripercorre a memoria il corpo di chi ama.

Non si conosce o si evita di pensare al potere immaginifico che risiede nelle donne né si ricorda che la prima narrazione nasce da loro: Elisabetta con i suoi specchi domestici compie un'operazione di sapore archeologico: ripescando dal non più usato osa far parlare modesti oggetti che, grazie alla lucentezza usata degli specchi, riflette una nuova quotidianità dove c’è spazio per la creazione, la fantasia, la forza di rinnovamento, la reinvenzione.

 

[s.l.l.]